Profilo biografico

“Ecch el Pasqualon bsares/ sa un linguagg ch’l’è mez frances/ l’ùltim marchegen dapid/ par tutt quei ch’i’n l’à sentid/ né mèi vist a so’ machè/ cegh, zop, matt, a so’ tut mè…”. Così si presenta Odoardo Giansanti, detto Pasqualon, in una poesia composta per l’Esposizione Marchigiana a Macerata del 1904. La sua è una vita difficile: solitudine, povertà e cecità lo portano a diversi ricoveri in manicomio. La poesia, però, lo riscatta: prendendo spunto dall’attualità, dal folclore o dai suoi ricordi, crea canzoni dialettali e le recita (c’è poi chi le trascrive) intrattenendo per decenni la popolazione pesarese con il suo tipico umorismo. Abbandonato dai genitori a 20 anni, vive in miseria a Pesaro e Roma, dove per cinque anni sopravvive di espedienti vagabondando fino a quando non viene rispedito nelle Marche dalle forze dell’ordine con un foglio di via. Indigenza e cecità provano al tal punto la sua mente da rendere necessario il ricovero in manicomio; riemerge dal buio del San Benedetto (l’ospedale psichiatrico di Pesaro) trovando nuovi stimoli di vita grazie a un fortuito incontro con la poesia: l’ascolto di un demente che narra una favola di un contadino, detto Pasqualone. Dimesso dal manicomio, zoppo a causa di una caduta e ormai completamente cieco, comincia quindi a declamare poesie in pubblico. Seguono altri ricoveri ma ormai la poesia è la sua salvezza e la sua vita. Con una tuba nera in testa e una lunga palandrana, Pasqualon canta l’emancipazione dei contadini, l’apparire delle biciclette, la nascita degli stabilimenti balneari, il passaggio della cometa, la guerra, il carnevale pesarese e fanese. Muore a 80 anni. Nel marzo del 1987 esce il primo volume delle Pasqualoneidi. Dalla sua inventiva e dal suo dialetto si possono recuperare le suggestioni di un mondo lontano.

 

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