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Dopo questi giorni che le ore e i minuti mi si sono infranti ai piedi in un gran spumeggiare di domande- cosa farai? Quando parti? Che pensi?- mi piove sul collo uno dei soliti telegrammi che mi chiama per domani a Roma. […] Abbandonare la libreria e la casa e la madre di tutti questi carissimi aspetti, non mi sarebbe di impegno grave. Ma tali notti trascorse, solo, qui, allo scrittoio, chi me le ridarà? Di bòtto m’arriva il fischio del treno così vicino che è come se la locomotiva passasse, tutta unta e silente, sulla ferrovia dei fili telegrafici di sotto il davanzale. E io regolo il tempo su questi labili indizi. Le confusioni che nascono sono quanto mai curiose e mi mettono nel sangue grandi voglie di riso che non soddisfo perché nessuno mi vede. Il riso da soli è più straziante del pianto. Anche adesso mi è rinato un imbroglio all’udire il fischio lontano: sarà quello del treno per Ancona? e allora sono al di qua delle tre. O quello del treno per Bologna? Allora sto col calcagno puntato nelle tre esattamente. No, queste notti non le posso lasciare così facilmente. Giungo a certe atmosfere così limpide che mi par di sentire sulla fronte il tremare del vento. Incomincio al solito con un groviglio di pensieri a lutto, accatastati nel capo come fusti di legna fradicia in un solaio. Poi, senza lavoro né fatica, dipano. A uno a uno sento che tutti cadono in un gran gorgo di acqua impetuosa e sfrenata. Sinchè nella libertà di una sfera di cristallo, come nella storta di una maga celebre, si librano solo i volti dei sogni più cari. L’amore mi pare facile, facile la strada del mondo, e le idee che avrò domani o dopo domani spiccano come pomi, cedri e aranci nell’ombreggiato denso di un frutteto che mi sta davanti. Chi potrà ridarmi il riso della ragazza che in queste ore dorme nella città distante e libera da sé la essenza più giovane e pura perché mi venga incontro nella notte uniforme?[…] Notti di sosta memorabili e prodighe! Notti in cui posseggo una grotta tempestata di luminosi topazi. Poi viene l’alba e ogni incanto si perde. I topazi non erano con occhi verdi di gatti neri e fermi, i quali continuano a guardarmi come se mi volessero dire qualcosa!

da Terra di Marche: paesi, paesaggi, figure

Massimiliano Boni Editore, 1993, pp. 41-43

 

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