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La madre non si era alzata dal letto neanche per il suo compleanno, il 28 dicembre. Quel giorno però era stato speciale lo stesso perché il cielo, sopra Pesaro, si era messo a scoppiare. I botti si erano sentiti fino a Candelara e avevano riempito l’aria di fischi e schioppi.
Evelina e la Carla stavano nella camera della madre e giocavano[…]  
Tutto quello che c’era nella stanza, sedie, letto, catino, prese vita e si mise a saltare.
Evelina e la Carla si affacciarono alla finestra e videro il padre e Piero che correvano attraverso l’aia.
«’Nit giò,» le chiamò Piero «’a gèmm a véda le bomb!»
Il padre bestemmiava che con tutto quel rapasceto le vacche e le galline non avrebbero fatto latte e uova per un pezzo e urlava così forte che lo sentivano dalla camera. La nonna andò verso il muro dove stava appeso il crocefisso e lo baciò, e si fece il segno della croce e sussurrò al Signorén Sant che l’avessa pacenza ‘sa ch’el serpént, e ch’el proteggessa ma’ tutti, lo’, ch’l’era tant bon.
Evelina e la Carla corsero giù per le scale e raggiunsero il padre e il fratello che ormai stavano già al costone davanti alla cascina dei Badioli. […]
Di là si vedevano le colline che portavano alla Valle e la città, fino al porto. In fondo c’era una fettuccia blu d’estate e grigia d’inverno. Il mare. Quel giorno la striscia era color marrone.

Da Evelina e le fate
Giunti, 2013
Pp.  21-22

 

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