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Profilo Biografico

Terenzio Mamiani

Terenzio Mamiani nasce nel 1799 da Gianfrancesco, conte di Sant'Angelo in Lizzola, e da Vittoria Montani, a Pesaro, dove studia privatamente fino al 1816 e dove viene in contatto con una società culturalmente raffinata e politicamente avanzata. Diventa discepolo e intimo amico di Perticari, che aveva dato vita nella città a un vivace circolo culturale. Il desiderio di approfondire gli studi letterari lo porta nel 1816 a Roma, presso il Seminario romano; l’esperienza, non positiva, termina nel 1819. Positivo è invece l'influsso politico dell'ambiente pesarese. La città aveva infatti vissuto pochi anni prima l'esperienza repubblicano-cisalpina, alla quale avevano partecipato lo stesso Perticari e suo cugino - il letterato Francesco Cassi - entrambi assai legati a Guglielmo Pepe, generale comandante di un contingente di truppe napoletane di stanza nelle Marche. Attraverso Pepe, Mamiani matura la sua fede politica fermamente ostile al governo pontificio e aperta alle istanze della libertà e dell'indipendenza nazionale italiana. A Pesaro fino al 1826, Mamiani perfeziona la sua formazione letteraria e politica: pubblica le sue prime poesie e frequenta gli ambienti della carboneria, finendo anche per trovarsi coinvolto, nel 1825, in un grande processo contro i settari "di Pesaro e d'intorni" conclusosi con numerose e pesanti condanne, ma con il suo proscioglimento per insufficienza di prove. Scampato il pericolo della condanna, Mamiani si sposta a Firenze, dove coltiva familiarità con gli intellettuali toscani più in vista, a contatto con i quali può sviluppare definitivamente una propria sensibilità religiosa entro l'ambito dei valori di quello che viene poi definito cattolicesimo liberale. E' poi professore di eloquenza presso l'Accademia Militare di Torino fino al 1828, quando la morte del padre lo costringe a rientrare a Pesaro. Contribuisce a preparare la rivoluzione del 1831, durante cui viene eletto deputato all’Assemblea nazionale costituitasi a Bologna, e poi nominato ministro dell’Interno. Restaurato il dominio pontificio grazie all’intervento degli austriaci, è da questi ultimi arrestato e rinchiuso per quattro mesi nelle carceri di Venezia. Messo in libertà ma condannato all’esilio perpetuo dalle autorità pontificie, ripara a Parigi dove rimane fino al 1847 e dove pubblica quattro Inni sacri (1832), Nuove poesie (1835), Idilli (1840). Di questo periodo sono anche alcune opere filosofiche di impianto empirista: Del rinnovamento della filosofia antica italiana del 1836, Sei lettere al Rosmini del 1839, una replica alle critiche che Rosmini aveva mosso al Rinnovamento, Dell’ontologia e del metodo (1841). Contemporaneamente, in politica, si definisce la sua posizione di cattolico moderato esposta nel Nostro parere intorno alle cose italiane (1839). Nel 1847 può ritornare a Roma e collaborare all’esperimento costituzionale di Pio IX: è ministro dell’Interno e poi degli Esteri ma dopo la fuga di Pio IX a Gaeta si dimette. Nel frattempo aveva promosso con Gioberti l’associazione della Confederazione italiana. Eletto nel 1849 deputato dell’Assemblea costituente, si pronuncia contro la repubblica; quando questa viene proclamata, lascia il suo posto ed è costretto di nuovo all’esilio dopo la restaurazione pontificia. Nel 1857 ottiene la cattedra di Filosofia della storia all’Università di Torino e nel 1860 è ministro dell’Istruzione nel nuovo gabinetto Cavour. Nel 1864 viene nominato senatore. Nel 1871 torna all’insegnamento della Filosofia della storia all’Università di Roma e diviene socio nazionale dei Lincei dal 1875. Nel 1870 fonda la rivista «Filosofia delle scuole italiane», che dirige fino alla morte, il 21 maggio 1885.